Lunedì, 11 Giugno 2012 14:24

Stop all'utilizzo di acqua potabile da parte dell'Ilva per il raffreddamento degli impianti

Con l'’arrivo dell’estate, tornano i timori di crisi idriche che, anche se

auspicalmente meno gravi di quella che nel 2009 lasciò molti quartieri tarantini

senz’acqua per settimane, possano creare disagi ai cittadini in un periodo in cui

l’'acqua è necessaria più che mai per difendersi dalla calura.

Orbene in una regione come la nostra, afflitta da sempre dalla carenza di acqua dolce per

la mancanza di fiumi nel proprio territorio, e costretta a rivolgersi a Basilicata e Campania

per il proprio approviggionamento idrico, 250 litri d'’acqua potabile al secondo vengono

utilizzati per il raffreddamento degli impianti dell’Ilva. L’'azienda utilizza allo scopo

l’'acqua prelevata dal fiume Sinni, da 32 pozzi , dal fiume Tara, dal fiume Fiumicello,

nonché l’'acqua del mar Piccolo.

La questione è davvero paradossale in una regione dove un giorno si e

l'’altro pure si paventano crisi idriche e siccità. E si tratta di una

incredibile storia di mala amministrazione in cui si è passati dalla lungimiranza

di alcuni progetti partiti alla fine degli anni ‘80 alla incredibile situazione di

stallo attuale con il ‘corollario’ di un vero e proprio scempio ambientale che non

sembra destinato a fermarsi, almeno nel breve periodo.

La normativa in materia prescrive che debba essere privilegiato il riuso

di acque reflue depurate per gli usi irrigui e industriali; tale indicazione

è pienamente recepita nell’'AIA per l'’Ilva che prescrive all’'azienda

l’'uso prioritario delle acque reflue ultraffinate.

Ma perché questo non avviene? La risposta sta nelle opere mai terminate,

destinate alla depurazione delle acque, di cui si diceva sopra.

Ad oggi la situazione degli impianti è la seguente: sono funzionanti gli impianti

di depurazione di Gennarini e di Bellavista; sono stati realizzati, ma non sono

funzionanti e necessitano di opere di rifunzionalizzazione i due impianti di

affinamento a servizio dei depuratori di Gennarini e Bellavista; è’ stato

appaltato, ma è fermo, il lavoro di costruzione dell’'impianto di

superaffinamento nelle vicinanze dell'’impianto di Bellavista e dell'’Ilva; è’ stata

realizzata la condotta per portare i reflui sino al costruendo impianto di

superaffinamento, ma la stessa è inutilizzata e necessita di lavori di ripristino.

Sono dunque state spese ingenti somme pubbliche e altre ne dovranno

essere spese per la rifunzionalizzazione ed il ripristino, nonché la

costruzione dell'’impianto di superaffinamento (per il quale la regione

ha stanziato14.000.000 di euro) ma non si è ancora in grado di

imporre all'’Ilva l'’uso di acque depurate, anche perché se non si

terminano gli impianti l'Ilva avrà sempre la possibilità di dire che

attende da anni che questi impianti vengano realizzati.

D’'altro canto l'’Ilva stessa sostiene di non poter utilizzare le acque reflue

anche se sottoposte ad un processo di ultraffinamento perché inadeguate ai

propri impianti. Sappiamo però che tale uso è attestato in altri stabilimenti

siderurgici tra cui quello di Piombino e dunque il rifiuto opposto dall'’Ilva è del

tutto pretestuoso.

La questione è dunque una e una sola: gli Enti pubblici interessati

(Regione, Provincia, Comune e Acquedotto Pugliese) devono porre fine

alle lungaggini intollerabili che hanno finora caratterizzato questa

vicenda e accelerare, ciascuno per le proprie competenze i vari iter

autorizzativi per giungere nel più breve tempo possibile al

completamento degli impianti e alla conseguente possibilità di imporre

all'’Ilva l'’uso delle acque reflue, impedendole l'’utilizzo di acqua

potabile (o consentendoglielo solo nel caso di mancata disponibilità

momentanea di acque reflue depurate).

Se questo non sarà fatto a brevissimo, gli stessi enti dovranno rispondere del colpevole e ’intollerabile spreco di una risorsa preziosa

come l'’acqua potabile e delle risorse economiche sinora spese per gli impianti mai ultimati.

11 giugno  2012

 

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