Venerdì, 18 Gennaio 2013 13:06

LEGAMBIENTE ha chiesto il rigetto del progetto di realizzazione di una seconda linea di trattamento per la Centrale Termoelettrica alimentata a CDR e biomasse in esercizio nel territorio di MASSAFRA.

Queste le OSSERVAZIONI presentate alla Provincia di Taranto, alla Regione Puglia ed all'ARPA.


1) L’ubicazione del sito rientra nell’area dichiarata ad
elevato rischio ambientale nel novembre 1990 con reiterazione nel 1997. Un’area quindi da
sottoporre a risanamento ambientale e non ad ulteriore impatto di produzioni inquinanti.

2) Il progetto non serve al fabbisogno del territorio. La
capacità dell’impianto verrebbe portato a 200 mila ton/a, circa 550 t/ g di CDR a fronte di una
produzione di rsu nel bacino TA/1 di 530 t/g e di 814 t/g nell’intera provincia. Occorre inoltre
considerare le 106 t/g di CDR che la Cementir intende utilizzare in parziale sostituzione del pet -
coke. Ne deriva che il CDR da impiegare in impianti complessi ammonti a circa 650 t/g, pari
all'80% della produzione provinciale di r.s.u.. Inoltre nella zona Taranto - Massafra verrebbe
incenerito più della metà delle 1.200 t/g di CDR che il Decreto del Commissario delegato
emergenza ambientale n. 187 del 9.12.2005 (pag.15377) prevede possa prodursi nell'intera regione.
Una quantità esorbitante che lascia facilmente presumere come il progetto non intenda porsi a
chiusura del ciclo dei rifiuti dell’ATO/TA/1 ma al servizio di un bacino extraprovinciale/regionale.
Si paventa quindi un peggioramento della situazione della provincia già meta di traffico
extraterritoriale per le discariche di rifiuti speciali in esercizio.

3) Alla capacità di incenerimento di CDR di potenziali
650 t/g occorre aggiungere le 100 t/g di rifiuti indifferenziati bruciati dall'inceneritore AMIU. La
quasi totalità dei rifiuti prodotti nella provincia di Taranto potrebbe quindi paradossalmente essere
smaltita tramite incenerimento. Con l'approvazione del progetto verrebbe a presentarsi un contesto
del tutto in antitesi con i principi fissati dal Dlgs n.152/2006 che nel suo art.179, come modificato
dal recente Dlgs 205/2010, indica nella gestione dei rifiuti una gerarchia di priorità in base alla
quale il recupero di energia è considerato solo dopo "prevenzione, preparazione per il riutilizzo ed il
riciclaggio". Già il Decreto del Commissario delegato emergenza ambientale n. 187 del 9.12.2005
consentiva il recupero energetico solo a valle della raccolta differenziata. Nella provincia di Taranto
questi principi verrebbero completamente ribaltati determinando un contesto non solo incompatibile
con modalità ed obiettivi previsti da leggi e piani regionali ma anche con le criticità di questa area
già dichiarata ad elevato rischio ambientale. Si rischia infine una situazione di fuori controllo nella
gestione dei rifiuti a livello provinciale considerando che gli ATO non hanno ancora approvato i
rispettivi piani di bacino.

4) In conseguenza dei punti 2) e 3) il progetto è da
considerarsi in contrasto con gli obiettivi di raccolta differenziata del 56,58 % disposti dal Decreto
del Commissario delegato emergenza ambientale n. 187 del 9.12.2005.

5) Il sito ricade in area appartenente alla Rete Natura 2000,
SIC/ZPS IT9130007 “Area delle Gravine” e dell’area IBA 139 “Gravine”, sottoposta a vincolo
idrogeologico, a vincolo Dichiarativo (Immobili ed Aree di Notevole Interesse Pubblico ex art.
L.1497/39 ora art. 136 comma 1 del D. Lgs. 42/2004 e s.m.i) e confina con il parco regionale delle
gravine. Il sito quindi, per le sue peculiarità, dovrebbe essere oggetto di una politica di tutela e di
riqualificazione ambientale e paesaggistica dal degrado indotto da una attività di smaltimento dei
rifiuti prolungatasi dissennatamente da quasi ormai un ventennio ( ma negli anni '80 era in
esercizio una discarica attualmente ancora in attesa di bonifica). Il progetto si pone in continuità con
queste attività ed in contrasto con gli obiettivi che invece dovrebbero garantire la tenuta di un'area
protetta. Del resto Il regolamento dell'area sic e zps delle gravine all'art. 9 comma 2 vieta di
ampliare discariche ed impianti di trattamento rifiuti esistenti. Deroghe sono ammesse, da parte
dell'ente di gestione, "per motivi di rilevante interesse pubblico connessi alla salute dell'uomo o alla
sicurezza pubblica" (art. 1 comma 4 del citato Regolamento) che non sono riscontrabili nel progetto
presentato.

6) Il sito è ubicato ad una distanza di circa 85 m da un’area
boscata vincolata ai sensi dell’art. 142, comma 1, lett. g, del D. Lgs. 42/2004 e s.m.i.. In base
all'art. 3.10.3. comma "b" del PUTT/Paesaggio ("boschi e macchie"), tuttora vigente, il sito ricade
nella fascia di rispetto della sua area "annessa" poichè inferiore a 100 metri. Quindi è sottoposta agli
indirizzi ed alle direttive di tutela per le quali "tutti gli interventi di trasformazione fisica del
territorio e/o insediamenti vanno resi compatibili con la conservazione degli elementi caratterizzanti
il sistema botanico - vegetazionale, la sua ricostituzione(art. 3.05 comma 3.2)" e prescrizioni quali :
"non sono autorizzabili piani e/o progetti comportanti nuovi insediamenti residenziali o produttivi
(art. 4.2. comma a); "non sono autorizzabili la discarica di rifiuti solidi" (art. 4.2. comma b3). Va del
resto considerato come sia ancora vigente il vecchio PDF senza che il comune di Massafra abbia
provveduto, sul piano urbanistico, ai necessari adeguamenti alla normativa di protezione
paesaggistica.

7) Il sito confina con l'area interdetta al pascolo con ordinanza n. 176 del febbraio 2010 emessa

dal presidente della Regione Puglia in seguito  all’emergenza diossina che ha comportato   

 l’abbattimento di migliaia di capi di bestiame
contaminato. Pur dotato di sistemi di contrazione delle emissioni di microinquinanti, la seconda
linea comporterà comunque ulteriori emissioni di diossina sotto forma di nano particelle non
eliminabili e particolarmente dannose per la salute pubblica. Questo aspetto è del tutto sottovalutato
nella valutazione di incidenza dell’ “Appia Energy s.r.l.” la quale non prende in considerazione
neanche l’impatto derivante da fenomeni di accumulo di questa pericolosa sostanza tra fonti diverse
quali le due linee della stessa “Appia Energy s.r.l.”, l’inceneritore dell’AMIU e quella dell’Ilva. Il
progetto è in contrasto con l’esigenza di un risanamento ambientale dell’area interdetta
dall’ordinanza citata.

8) Del tutto insufficiente è, rispetto alle emissioni di diossina e di
microinquinanti, il piano di monitoraggio e controllo proposto dalla “Appia Energy s.r.l.”. Si
prevedono infatti, in luogo del campionamento in continuo, analisi di metalli pesanti, diossine e
furani, IPA, con frequenza quadrimestrale inadeguata non solo rispetto alle criticità ambientali del
territorio ma anche per tenere sotto controllo l'esercizio dell'impianto.

9) Nelle pagg. 65 e 66 della valutazione di incidenza si
riporta come "in uno studio effettuato da Reijnen (1995) è stato osservato che la densità degli
uccelli in aree aperte diminuisce quando il livello di rumore supera i 50 dB(A), mentre in ambiente
forestale la densità degli uccelli diminuisce ad una soglia di 40 dB(A ". Dai risultati delle
simulazioni riportate nella valutazione di incidenza risulta come la realizzazione della seconda
linea della centrale comporterà livelli di rumorosità diurno e notturno inferiore ai 50 dB(A) ad una
distanza di circa 100 m dal sito di progetto ed inferiore ai 40 dB(A) ad una distanza di circa 300 m.
In base a questi dati la valutazione di incidenza ritiene trascurabili le alterazioni del progetto e tali
da non condizionare i normali comportamenti delle specie faunistiche presenti. In realtà non tiene in
considerazione che il sito interessato è ad una distanza di 85 metri da un'area boscata e quindi,
assumendo gli studi di Reijnen come riferimento per l'adozione del principio di precauzione, appare
evidente come l'inquinamento da rumore vada ad incidere sui comportanti delle specie animali
presenti.

10 Dalla valutazione di incidenza si stima in 150.000 m3/anno,
corrispondenti ad una portata media annua di circa 5 l/s, con portata massima di circa 10 l/s., il
fabbisogno di acqua industriale della Centrale, nella configurazione post operam. Il prelievo
comporterà un maggiore sfruttamento del pozzo attualmente in uso presso la Centrale. Si ritiene
tale operazione incompatibile in una regione nella quale il fenomeno del depauperamento delle
risorse idriche sotterranee ha assunto dimensioni preoccupanti. Tale contesto è testimoniato dalla
“Relazione sui dati ambientali dell’area di Taranto 2009” di Arpa Puglia nella quale si rilevano “
profonde modificazioni indotte negli equilibri degli acquiferi … a seguito di fattori naturali ed
antropici. La conseguenza di tali modificazioni ha avuto come effetto la riduzione, osservata anche
nel caso della porzione di acquifero soggiacente Taranto, dei carichi piezometrici nelle aree più
interne ed il contestuale graduale aumento del contenuto salino delle acque di falda… Permanendo
le condizioni di sovrasfruttamento, il processo di depauperamento delle acque sotterranee
procederebbe a spese del territorio tarantino..”. Sulle soluzioni l’Arpa Puglia rileva come “Tale
processo può essere arrestato solo riducendo le cause che lo determinano, ovvero riducendo i
prelievi e gli impatti.. e comportare riduzioni drastiche delle utilizzazioni in atto, favorendo forme
di riuso delle acque reflue depurate soprattutto per gli usi industriali ed irrigui”. Vi è quindi la
necessità, soprattutto in relazione non solo al depauperamento della falda acquifera ma anche delle
emergenze idriche scoppiate nel corso di varie estati, di una politica di risparmio e recupero della
risorsa acqua accanto ad una generale riduzione del prelievo da ogni fonte.

5 giugno 2012

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