Dopo l'accordo nel 2011 tra le regioni Basilicata e Puglia l'invaso Pappadai, nell'isola amministrativa di Taranto tra Monteparano e Fragagnano, è stato occasionalmente riempito con le acque del Sinni per consentirne il collaudo. Sino ad allora era stata un'incompiuta più volte citata in inchieste giornalistiche come simbolo nazionale di spreco di denaro pubblico.
Dopo l'avvenuto recente collaudo dell'invaso rimane il problema di fondo: il rifornimento di acqua. La questione è direttamente collegata alla vicenda Ilva. L'AIA del 2011, recependo le indicazioni della Regione Puglia, ha prescritto all'azienda l'uso dei reflui depurati ed affinati provenienti dai depuratori Gennarini e Bellavista in luogo delle acque del Sinni attualmente impiegate per il suo processo produttivo. In tal modo sarebbe liberata una portata d'acqua pari a 250 lit/sec. da destinare, secondo prescrizione, all'invaso Pappadai.
L'Ilva sinora si è sempre opposta a questa soluzione. Ha anche intentato un ricorso presso il Tar di Lecce, perdendolo.
Per Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto, "è scandaloso che nonostante siano trascorsi i 24 mesi previsti dall'AIA, l'Ilva non si sia ancora adeguata a questa prescrizione e come il Governo non abbia agito d'autorità al riguardo ".
Legambiente ritiene che l'invaso, oltre ad assolvere all'originaria funzione di erogatore di acqua per i terreni agricoli del circondario e dei comuni più prossimi del Salento, debba anche trasformarsi in riserva naturale. In tale direzione è impegnata con un gruppo di associazioni e comitati della provincia uniti in rete tra di loro per raggiungere l'obiettivo. Per Legambiente vi è comunque l'urgenza di garantire un maggiore controllo nel sito per impedire la caccia selvaggia attualmente praticata e l'abbandono di rifiuti. Occorre inoltre prevedere opere di forestazione per migliorare le peculiarità ambientali e paesaggistiche del luogo.
Secondo Leo Corvace, che sta seguendo la questione per conto del direttivo di Legambiente Taranto "l'invaso potrebbe inoltre risolvere in via definitiva anche lo spinoso problema dello scarico a mare dei depuratori. Nell'invaso potrebbero infatti confluire i reflui provenienti dai depuratori di Manduria e Lizzano, in conformità alle leggi in materia che ne privilegiano il riuso in agricoltura. La condizione è che questi reflui siano depurati ed affinati secondo la tabella 4 (quella più rigorosa) per non trasformare l'invaso in una cloaca".
In tal modo si chiuderebbe il cerchio. I reflui di Pulsano e Leporano dovrebbero infatti essere convogliati nel canale D'Aiedda al termine dei lavori di ristrutturazione del nuovo depuratore e del Canale Maestro. Mentre quelli riversati a Lido Bruno dal depuratore Gennarini, con la prescrizione AIA verrebbero, come citato, utilizzati dall'Ilva
In questa cornice Legambiente non condivide le ipotesi di recente ventilate di realizzazione a Lido Bruno di una seconda condotta sottomarina in sostituzione di quella preesistente ridotta a colabrodo. Autorità idrica ed Acquedotto Pugliese disporrebbero anche di otto milioni di euro di investimento per questo progetto. Per Corvace si tratta "di un progetto del tutto fuorviante ed in contraddizione con la prescrizione AIA di riutilizzo dei reflui affinati dei depuratori Gennarini e Bellavista da parte dell'Ilva. Il Ministero dell'Ambiente deve imporre nel suo piano ambientale l'esecuzione di questa prescrizione superando le resistenze dell'azienda. Lido Bruno deve essere liberata dagli scarichi fognari e restituita alla balneazione senza inconvenienti per la salute dei cittadini".
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Martedì, 22 Ottobre 2013 19:34
Si utilizzi l'invaso PAPPADAI per liberare la costa orientale dallo scarico a mare dei reflui. ILVA deve utilizzare le acque reflue affinate: per questo diciamo NO ad una seconda condotta sottomarina
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Il Territorio e il Mare
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