Domenica, 15 Maggio 2022 23:59

Ex Ilva: l'onere della prova della compatibilità ambientale e sanitaria spetta all'azienda, non ai cittadini di Taranto

Più passa il tempo più si rafforza la certezza che le scelte concrete relative al futuro dello stabilimento ex Ilva di Taranto verranno consegnate al prossimo governo lasciando in piedi, e sulle spalle dei cittadini, i problemi drammatici connessi ad una produzione di acciaio affidata agli attuali impianti, connotati da elevate emissioni inquinanti e massicce immissioni di CO2 in atmosfera.
Lo testimoniano un piano industriale restato nel limbo delle indicazioni di massima, oggetto per mesi di dichiarazioni e annunci, ma mai arrivato a produrre quelle conseguenze, in termini di modifica degli impianti e del ciclo produttivo, connesse al graduale passaggio ai forni elettrici, con il conseguente abbandono del carbone e l'utilizzo del metano prima e dell'idrogeno verde poi, il solo che può garantire l'abbattimento delle emissioni.

In questo quadro la richiesta di dissequestro degli impianti avanzata dai Commissari di Ilva in as appare da un lato un mero atto dovuto, dall'altro una "provocazione" che ci auguriamo venga respinta al mittente. Ne mancano del tutto, a nostro avviso, i presupposti, considerato innanzitutto che il Piano Ambientale previsto dall'A.I.A. non risulta ancora completamente attuato e che gli interventi ancora da effettuare non sono irrilevanti. Vogliamo inoltre ricordare che, peraltro, è in corso un procedimento di riesame dell'A.I.A. che, a nostro avviso, dovrebbe essere concluso al più presto, senza continuare a trascinarsi per altri mesi e mesi, e che potrebbe portare a nuove prescrizioni da attuare. Soprattutto va ricordato che, all'interno del procedimento di riesame, è stata presentata a maggio 2021 una valutazione di danno sanitario, prodotta da Asl Taranto ed Arpa e Aress Puglia, che attesta la persistenza di un rischio sanitario non accettabile. Una valutazione che non può, e non deve, essere ignorata, se si vuole che Taranto cessi di essere una "zona di sacrificio", come evidenziato dal recente Rapporto del Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU, con i cui rappresentanti avevamo a lungo discusso proprio a Taranto nello scorso mese di dicembre, evidenziando tante delle criticità da essi poi segnalate.

Allo stesso modo appare ugualmente "provocatoria", nei confronti di una città martoriata, la decisione del governo di togliere 150 milioni di euro dai fondi destinati alle bonifiche delle aree ex Ilva. Al di là delle indicazioni fornite dai Commissari di Ilva in as, che testimoniano di una attività ancora allo stato iniziale, appare del tutto evidente che una cosa sono le stime relative ai costi degli interventi, ben altra cosa le spese effettive connesse a progetti esecutivi: il caso Cemerad insegna. Decidere oggi che si possono "risparmiare" 150 milioni e' uno schiaffo al buon senso, oltre che ai cittadini di Taranto. D'altro canto lo scarso interesse del Governo nei confronti della questione della bonifica del S.I.N. di Taranto appare del tutto evidente anche alla luce della mancata nomina del Commissario straordinario alle bonifiche, con una proroga scaduta da tempo e senza che si abbia, ad oggi, alcuna notizia o previsione di quando la nomina verrà fatta. Nel frattempo i fondali del Mar Piccolo restano gravemente contaminati, l'allevamento delle cozze nel primo seno sottoposto a pesanti limitazioni, e i mitilicultori si preparano ad affrontare l'ennesima difficile estate. Senza che dal governo venga una sola parola e indicazioni chiare circa l'accelerazione da imprimere all'utilizzo dei fondi stanziati per cominciare a bonificare un luogo di grande rilevanza, sia economica che identitaria, per la comunità jonica .

Insomma gli anni passano, inesorabilmente, ma i problemi restano ed ai cittadini di Taranto si continua solo a chiedere di avere fede e pazienza. Parole che risultano del tutto vuote e prive di significato ad ormai quasi 10 anni dal sequestro degli impianti del siderurgico.

Da anni Legambiente indica, inascoltata, l'unica strada che può tenere concretamente insieme lavoro e salute : far discendere le scelte da una rigorosa valutazione preventiva del danno sanitario che indichi con chiarezza se e quanto e' possibile produrre con gli attuali impianti (e con i prossimi) senza rischi inaccettabili per la salute, senza che fare acciaio si traduca in nuovi morti, da aggiungere ai tanti che già ci sono stati. Mittal prima, Acciaierie d'Italia poi, da questo orecchio evidentemente non sentono, non vogliono assolutamente sentire, ne' il Governo appare intenzionato ad intervenire con un decreto legge (anche questo da richiesto da Legambiente da anni) per disciplinare legislativamente la materia e porre termine ai ricorsi al Tar.

Tutto questo e', semplicemente, inaccettabile: l'onere della prova della compatibilità ambientale e sanitaria spetta all'azienda, non ai cittadini. Che di fede e pazienza ne hanno avuta e dimostrata sin troppa.

Senza fornire questa prova, promettere, in un futuro indefinito nel tempo, la decarbonizzazione dello stabilimento siderurgico appare l'ennesima promessa che chissà quando e se verrà mantenuta. E invece essa e' una scelta indispensabile che va compiuta e messa in atto al più presto, sia per togliere da Taranto il peso di un inquinamento che, per quanto ridotto grazie alla minore produzione ed agli interventi già effettuati, continua a gravare sulla città, sia per ridurre le immissioni di anidride carbonica in atmosfera e combattere il riscaldamento globale che minaccia il pianeta. Il governo si decida ad effettuarla concretamente, con decisione, perché così non si può più andare avanti. Ne' le facoltà d'uso degli impianti possono essere eterne.

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