Giovedì, 17 Novembre 2016 22:17

Hotspot Taranto. Lontano dagli occhi di una città che non vede

Taranto crocevia della storia.
Lontano dagli occhi e dalla comunità, a due passi dall'Ilva, nel capoluogo ionico si trova l'hotspot. Della sua presenza sanno in pochi. A rivelarne le tracce, i migranti che vediamo spesso camminare in Città vecchia, nei pressi della stazione o a piedi lungo le strade provinciali.
Ma cos'è un hotspot? È un centro nato dagli accordi tra il governo italiano e le istituzione europee ed utilizzato per "preselezionare" i migranti e dividere i cosiddetti "migranti economici" dai "richiedenti asilo". Ai secondi è concessa la possibilità di richiedere protezione internazionale; i primi sono "respinti" e viene intimato loro, con foglio di via alla mano, di lasciare l'Italia entro 6 giorni.
Inaugurato la scorsa primavera, all'interno dell'hotspot operano forze dell'ordine, come esercito e polizia, un'associazione, Protezione civile, mediatori linguistici, Unhcr (agenzia per i rifugiati) e Frontex, un'agenzia nata per aiutare gli Stati membri dell'Unione Europea e i Paesi associati alla zona Schengen a gestire le loro frontiere esterne e ad armonizzare i controlli alle frontiere dell'UE. Nell'hotspot non hanno libero accesso i giornalisti né associazioni diverse da quella scelta dal bando pubblico per lavorare nella struttura.
L'accordo che ha portato al 'fenomeno hotspot', prevede il ricollocamento equamente distribuito dei richiedenti nei Paesi dell'Unione. Al momento sono pochi gli effettivi casi andati a buon fine, mentre i centri di accoglienza 'scoppiano' ed i migranti attendono mesi per poter cominciare a conoscere il loro destino. Nell'hotspot si dovrebbe sostare non più di 3 giorni ma nei fatti si parla di settimane.
Della confusione internazionale sul tema e delle difficoltà che l'Italia ha nell'affrontarlo, il capoluogo ionico ha avuto esperienza diretta un paio di settimane fa, quando dalla stazione di Milano sono arrivati nei capannoni bianchi a ridosso del porto, un centinaio di immigrati in possesso di regolari documenti. Un viaggio estenuante in bus attraverso tutta l'Italia, senza spiegazioni, nonostante fossero richiedenti asilo con in tasca regolare permesso di soggiorno e vivessero già in un centro di accoglienza. Una volta arrivati nel capoluogo ionico, scoperto che si trattava di persone già foto segnalate, in possesso di documenti ed in attesa di comparire davanti alla commissione giudicante per ottenere la condizione di rifugiato già nei prossimi mesi, gli immigrati sono stati messi fuori dalla struttura.
"Una storia che ci parla di continue violazioni di diritti umani fondamentali" – spiegano gli attivisti di Campagna Welcome Taranto, dell'associazione Ohana, dell'associazione Babele e di LasciatiCIEntrare. Sono loro ad aver denunciato la vicenda, dopo aver incontrato i migranti coinvolti ed aver provveduto a collette per farli ripartire alla volta di Milano. Dall'hotspot di Taranto, infatti, inquadrata la situazione, li avevano messi fuori perché per legge non potevano essere trattenuti. E così i malcapitati si sono ritrovati in strada.
"Non è la prima volta che capita – ci ha spiegato il comandante della Polizia Municipale Michele Matichecchia, delegato alla gestione dell'hotspot di Taranto – anche nei bus provenienti da Como e Ventimiglia, è accaduto che ci fossero persone già provviste di permesso di soggiorno, richiedenti asilo già fotosegnalati". A loro tocca tornare dove vivono, a spese proprie. Mentre a spese dei contribuenti sono i viaggi di andata in bus. Tornati a casa gli ultimi, con un autobus del Viminale messo a disposizione dopo che l'errore era venuto alla luce, sulla questione è intervenuto il senatore Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani a Palazzo Madama, che ha scritto al prefetto ed al questore di Milano chiedendo spiegazioni ed affermando come sia impensabile "procedere senza una preliminare verifica delle condizioni di ciascuna persona sottoposta a fermo da parte delle forze di polizia". Il gruppo Parlamentare di Sinistra Italiana-Sel ha presentato una interrogazione urgente in merito a questi fatti. Intanto di hotspot si è continuato a parlare negli scorsi giorni per le denunce del rapporto Amnesty, che rivela comportamenti illegali e maltrattamenti nei vari hotspot italiani.
Accuse respinte al mittente dal capo della Polizia Franco Gabrielli che afferma: "Smentisco categoricamente che vengano utilizzati metodi violenti sui migranti sia nella fase di identificazione che di rimpatrio. Le informazioni di cui si avvale il rapporto fanno riferimento a presunte testimonianze raccolte in forma anonima di migranti che non risiedevano in alcun hotspot". Amnesty però ribatte che il suo è "un lavoro di ricerca molto serio, frutto di centinaia di ore di colloqui con rifugiati e migranti, autorità e operatori di organizzazioni non governative svoltisi in dieci diverse città italiane" e che da mesi "ha scritto al ministro Alfano e ad alti funzionari del ministero dell'Interno chiedendo informazioni e sollecitando un confronto sulla materia ma ad oggi il ministero dell'Interno non ha risposto". E Taranto? Stretta nel limbo del conflitto tra ambiente e lavoro, non vede, non sente e non parla. O quasi.
Marina Luzzi

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