Martedì, 01 Febbraio 2022 15:14

Dagli allevamenti intensivi pericoli per ambiente e salute: urgente guardare al benessere animale

Se la decarbonizzazione è ormai nell'agenda di quasi tutti gli stati europei ed extraeuropei, tanto da mobilitare ingenti investimenti per nuove fonti energetiche alternative e sostenibili, non si può dire lo stesso per la fonte inquinante complessivamente più impattante, considerata la sua multisettorialità, nonchè una delle prime cause del cambiamento climatico: gli allevamenti intensivi.
L'impoverimento del suolo, la concentrazione in aree ristrette delle deiezioni zootecniche, l'inquinamento delle falde acquifere (nostra unica fonte di acqua potabile) sono solo alcune delle conseguenze nefaste di una politica agroalimentare disinteressata alla soluzione del problema ambientale. Gli allevamenti intensivi sono l'unica fonte inquinante capace nel contempo di consumare le risorse di acqua ed avvelenare gli oceani, deforestare aree immense e rovinarne il suolo, inquinare l'atmosfera e causare i cambiamenti climatici.

Le falde acquifere rivestono un ruolo fondamentale sia da un punto di vista ecologico, alimentando le sorgenti, le zone umide ed i corsi d'acqua, sia rispetto all'approvvigionamento idrico, essendo nostra fonte per l'acqua potabile, per le acque di irrigazione e per l'uso di acqua a scopi industriali. Eppure una percentuale altissima, compresa tra il 50 ed il 75% dell'acqua estratta, viene utilizzata ad uso zootecnico, prettamente per bestiame e monocolture.
Alcuni studi dimostrano come, dalle analisi fatte sulle maggiori falde mondiali, il loro consumo è 250 volte più veloce dello stesso riempimento. Il Time gia' nel 1999 riportava in un articolo come si sarebbe dovuta ridurre l'estrazione dell'80% per evitare il sovrasfruttamento delle falde dovuto all'industria alimentare. Le risorse del pianeta hanno un ciclo per rigenerarsi, come ben sappiamo. Ogni anno infatti il Global Footprint Network, organizzazione di ricerca internazionale, calcola l'impronta ecologica dell'uomo sulle risorse naturali a disposizione. L'Overshot-day, ovvero il giorno preciso in cui si supera la soglia in base ai cicli di rigenerazione nel 2021 è stato il 29 Luglio.

Le falde acquifere non sono le uniche fonti d'acqua a subire i contraccolpi del nostro sistema alimentare. Gli oceani sono stati, e sono, vittima dell'utilizzo sempre più diffuso di input esterni quali pesticidi e fertilizzanti chimici, utilizzati per garantire la produzione e la tutela del raccolto, che defluiscono nei mari tramite i corsi d'acqua e gli sversamenti costieri. Oggi si affiancano ad essi sicuramente gli antibiotici e i promotori ormonali, che tramite le deiezioni convergenti in determinate aree (nei pressi degli allevamenti stessi) risultano essere la principale causa dell'eutrofizzazione degli oceani (Per eutrofizzazione si intende la nascita di intere aree oceaniche completamente prive di ossigeno (zone dette "ipossiche") nelle quali non è possibile trovare vita). La maricoltura e gli allevamenti ittici intensivi, spesso nati nei pressi delle fasce costiere, sono la seconda causa. I dati FAO già dal 2015 segnalano come il sovrasfruttamento degli oceani stia causando danni irreparabili per l'ecosistema e la biodiversità.

Come detto in precedenza gli allevamenti intensivi e la loro potenzialità inquinante si caratterizza nella multisettorialità delle conseguenze. La deforestazione è forse la conseguenza più conosciuta, spesso collegata agli enormi incendi dolosi avvenuti nell'America Latina. Negli ultimi 10 anni sono stati persi circa 300.000 km quadrati di Foresta Amazzonica, pari circa alla stessa superficie del suolo italiano, e 170 km di foresta primaria, la zona più preziosa e ricca di biodiversità, la maggior parte in Brasile. Il fine unico è la produzione di foraggio: mais e soia geneticamente modificata finalizzata al sostentamento degli allevamenti intensivi di tutto il mondo. 
Solo il 7% della produzione è destinata all'uso umano.Il 13% viene utilizzato per produrre biocarburanti. L'80% diviene mangime animale. Il risultato di queste monocolture e della deforestazione è la concentrazione sempre più massiccia di gas serra nella nostra atmosfera, che ne altera l'equilibrio causando i cambiamenti climatici.I modelli climatici prevedono entro il 2100 un aumento di temperatura media globale tra 1,4 e i 5,8 gradi Celsius.

Infine, gli allevamenti intensivi sono una delle principali cause d'inquinamento per via della produzione incontrollata di particolato metano ed ammoniaca.Dal 2000 al 2019 vi è stata una crescita del 32%.

Legambiente, come altre associazioni ambientaliste, ha preso piu' volte posizione. E' del febbraio 2020, la denuncia di una situazione allarmante e pericolosa in particolare nelle regioni Piemonte e Lombardia (ove risiedono oltre il 70% degli allevamenti intensivi italiani) con lo sversamento di liquami zootecnici (milioni di tonnellate) riversate nei mesi di dicembre e gennaio, mesi in cui - per rispettare le Direttive Europee - vige il divieto di spandimento per gli allevatori. La concessione derivava direttamente dal Ministero delle Politiche Agricole, al quale Legambiente si rivolse al fine di ottenere un retrofront, mai avvenuto.
E' ad oggi evidente la necessità di limitare e regolamentare nel minor lasso di tempo possibile lo spandersi incontrollato degli allevamenti intensivi sul territorio europeo e nazionale, rappresentando i paesi occidentali quasi 2/3 della richiesta globale di prodotti di origine animale, partendo soprattutto dalle normative sui controlli interni e cercando un'applicazione più rigorosa della normativa sul Benessere Animale. La transizione ecologica cui si ispirano gli investimenti e i dialoghi internazionali deve partire anche da qui, sia per la tutela ambientale che per quella della salute, essendo conclamato il legame tra patologie gravi, una su tutte il cancro, e la richiesta sempre maggiore di alimenti animali.

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