Venerdì, 04 Febbraio 2022 09:29

Mal'aria di città. Il nuovo rapporto di Legambiente

In Italia l'emergenza smog resta un problema cronico. Il 2021 è stato un anno nero, non solo per via della pandemia ancora in corso, ma anche e soprattutto per la qualità d'aria. Su 102 capoluoghi di provincia analizzati, nessuno è riuscito a rispettare tutti e tre i valori limite suggeriti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ossia una media annuale di 15 microgrammi per metro cubo (μg/mc) per il PM10, una media di 5 μg/mc per il PM2.5 e 10 μg/mc per l'NO2. 

A scattare la fotografia è il nuovo report di Legambiente "Mal'aria di città. Quanto manca alle città italiane per diventare clean cities", (scaricabile in versione integrale dagli allegati), elaborazione  dei dati disponibili sui siti Arpa per l'anno di riferimento 2021 (I dati sono da considerarsi provvisori e suscettibili di conferma da parte di Arpa, a valle delle fasi di verifica previste dalla procedura di validazione)  in cui si fa il bilancio sulla qualità dell'aria in città confrontando i valori medi annuali, rilevati nelle 238 centraline per il monitoraggio dell'aria di 102 città capoluogo di pro­vincia, di PM10, PM2.5 e NO2 con i parametri suggeriti dall'OMS. Il quadro che emerge è nel complesso preoccupante: pochissime sono le città che rispettano i valori suggeriti dall'Oms per il PM10 (Caltanissetta, La Spezia, L'aquila, Nuoro e Verbania) e il biossido di azoto (Agrigento, Enna, Grosseto, Ragusa e Trapani), nessuna per il PM2.5.

La situazione della Puglia, rispetto al contesto nazionale, è meno grave rispetto ai capoluoghi del Nord Italia, dove i valori dei principali inquinanti sono nettamente superiori rispetto al resto del Paese. A Taranto i valori medi in un anno sono stati di 21 μg/mc di PM10, 11 μg/mc di PM2.5 e 25 μg/mc di NO2. Rispettivamente, secondo le indicazioni dell'Oms la riduzione delle concentrazioni, necessarie per ritornare ai valori massimi stabiliti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità stessa, dovrebbero essere del 27% per il PM10, del 55% per il PM2.5 e del 60% per l'NO2.

"Il problema dell'inquinamento atmosferico - spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente - non è un problema esclusivamente ambientale ma anche, e soprattutto, sanitario. In questo report di Mal'aria 2022 abbiamo voluto confrontare i valori medi annuali dei tre principali inquinanti atmosferici con quelli suggeriti dall'Oms. La revisione della direttiva europea sulla qualità dell'aria, che si appresta ad essere avviata nei prossimi mesi, rivedrà i limiti normativi in funzione dei nuovi limiti OMS. Nel giro di pochi anni, quindi, questi valori diventeranno vincolanti anche dal punto di vista legale e il non rispetto degli stessi porterà all'avvio di ulteriori procedure di infrazione per gli Stati membri inadempienti. L'Italia ha al momento attive tre procedure di infrazione per tre inquinanti come il PM10, PM2,5 e il biossido di azoto (NO2). Gli agglomerati chiamati in causa sono diversi e sono maggiormente concentrati nel nord del Paese: si va dalla valle del Sacco al territorio ricadente tra Napoli e Caserta, dalla zona di Pianura ovest e Pianura Est in Emilia Romagna all'agglomerato di Milano, Bergamo, Brescia, Roma, Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Verona, Torino, Palermo, dalle zone di Prato-Pistoia, Valdarno Pisano e Piana Lucchese, Conca Ternana, zona costiera collinare di Benevento all'area industriale della Puglia. Tutti territori dove la salute dei cittadini è stata messa sistematicamente a rischio per le elevate concentrazioni degli inquinanti atmosferici".

Per Taranto questi dati sono la conferma di quanto sosteniamo da tempo: la qualità dell'aria della nostra città, in corrispondenza in primo luogo della forte riduzione di produzione operata dall'ex ILVA, ma anche delle modifiche operative adottate nella gestione degli impianti - per dare seguito ad alcune delle prescrizioni dell'Autorizzazione Integrata Ambientale- e del completamento di alcuni degli interventi previsti dal Piano Ambientale in vigore,  è oggi  migliore di quella che abbiamo respirato per anni, quando l'Ilva dei Riva arrivava a produrre 10 milioni di tonnellate/anno di acciaio e le esigenze della salute e dell'ambiente sembravano non interessare nessuno. Ma il fatto che ora l'aria sia migliore non significa che sia buona: il raffronto con i valori suggeriti dall'OMS lo attesta in maniera inequivocabile e le conseguenze si scaricano su cittadini  su cui grava già il peso dell'inquinamento assorbito in passato.
Per questo continuiamo ad insistere in maniera incessante sulla necessità di vincolare agli esiti della Valutazione dell'Impatto Sanitario qualunque decisione ed autorizzazione che riguardi la produzione presente e futura dello stabilimento siderurgico. Peraltro, se nella stragrande maggioranza delle città italiane il problema è costituito dal traffico veicolare e dal riscaldamento domestico, e le zone più esposte risentono anche dell'influenza di fattori climatici, a Taranto l'origine dell'inquinamento è prevalentemente industriale e questo si traduce in una maggiore patogenicità delle emissioni inquinanti, attestata da diversi studi.

A livello nazionale Legambiente rilancia  le sue proposte in ambito urbano. Oltre all'importanza di ridisegnare lo spazio pubblico urbano a misura d'uomo (con quartieri car free, "città dei 15 minuti" in cui tutto ciò che serve sta a pochi minuti a piedi da dove si abita, strade a 30 km all'ora, strade scolastiche, smart city), occorre anche aumentare il trasporto pubblico elettrico con 15.000 nuovi autobus per il TPL (rifinanziando il Piano Nazionale Strategico della Mobilità Sostenibile a favore di soli autobus a zero emissioni); nuove reti tranviarie per 150 km (o filobus rapid transit); cura del ferro (500 nuovi treni e adeguamento della rete regionale con completamento dell'elettrificazione). Incentivare la sharing mobility anche nelle periferie e nei centri minori, realizzare 5.000 km di ciclovie e corsie ciclabili, rendere l'80% delle strade condivise tra cicli e veicoli a motore. Vietare la commercializzazione dei veicoli a combustione interna al 2030 (al 2035 per camion e autobus interurbani prevedendo una strategia per il biometano liquido per l'autotrazione) e prevedere lo stop agli incentivi per la sostituzione dei mezzi più vecchi e inquinanti a favore di mezzi più nuovi ma ugualmente inquinanti. Sul fronte del riscaldamento domestico, serve un piano di riqualificazione energetica dell'edilizia pubblica, con abitazioni ad emissioni zero grazie alla capillare diffusione di misure strutturali come il "Bonus 110%" e che favorisca il progressivo abbandono delle caldaie a gasolio e carbone da subito, e a metano nei prossimi anni verso sistemi più efficienti alimentati da fonti rinnovabili (es. pompe di calore elettriche).


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